Intervista alla poetessa romana tra poesia, fragilità, amore e resistenza
Ci sono vite che non si lasciano raccontare in modo lineare. Hanno curve improvvise, cadute, ritorni, lampi di luce e zone d’ombra. La vita di Gea Minerva Massimi, poetessa romana, appartiene a questa categoria: non cerca la posa, non addolcisce il dolore, non trasforma la fragilità in retorica. La attraversa.
Autrice di raccolte poetiche come La Pasqua di Nike e Callas, Gea scrive da quando era giovanissima. La sua poesia nasce da una necessità profonda: dare forma al caos, trasformare la memoria in parola, restituire voce a ciò che spesso resta ai margini e alle minoranze non minoritarie.
Nei suoi testi convivono corpo, amore, maternità, identità, malattia, ironia, rabbia e tenerezza. Una materia viva, spesso incandescente. La scrittura, per lei, diventa un luogo di resistenza: non un modo per rimuovere le ferite, ma per guardarle senza esserne inghiottita.

Gea, partiamo dall’inizio: che bambina eri? Vuoi presentarti parlando di te, dei tuoi giochi, dei tuoi studi?
Ero una bimba serena e felice, immersa nel mondo dell’arte grazie ai miei genitori: papà gallerista, scrittore e critico d’arte, successivamente organizzatore di mostre a Roma, dove da sette generazioni di Via del Governo Vecchio si era costruito, lavorativamente parlando, i suoi ambienti di nicchia con i più grandi artisti contemporanei. Mamma era ricercatrice e addetta alle pubbliche relazioni in galleria d’arte. Io e mio fratello fin da piccoli abbiamo assorbito il bello, la magia dell’arte e della cultura. Purtroppo i cinque anni delle elementari furono terribili, con due maestre violente, isteriche e anziane anche di mentalità, che mi provocarono grossi traumi. Così la scolarizzazione è ciò che principalmente mi manca, perché anche alle medie ebbi bruttissime esperienze con alcune docenti. A quattordici anni iniziai a scrivere il mio diario, principalmente poesie. Stavo ancora alle medie, dove fui bocciata per condotta tre volte. Mi diplomerò a vent’anni alle serali, al Nobel qui a Roma, in Scienze Umane. Di base sono un’autodidatta.
Quando è nata la tua poesia?
La mia poesia, come accennavo prima, è nata appena adolescente. A diciotto anni poi, con l’amicizia intima dell’artista Nike Brass Alghisio all’Accademia di Belle Arti di Ripetta — dove proprio di fronte facevo il liceo artistico — iniziai il mio primo libro di poesie, La Pasqua di Nike. La mia poesia nasce lì. Un paio di poesie del libro sono state ispirate dal viaggio che feci con Nike a Venezia. La mia poesia era una sorta di cane randagio, anche perché passavo più tempo in giro per strada che sotto un tetto.
Se dovessi dividere la tua vita in decadi, sapresti trovare un aggettivo per ciascuna di esse?
Difficile, molto difficile, ma ci proverò a modo mio.
Primo decennio: tra luce/lume e oscurantismo.
Secondo decennio: ricerca e rischio estremo.
Terzo decennio: rinascita e introspezione.
Quarto decennio, attuale: compensata — termine medico, visto che sono bipolare di tipo 1 — e più lungimirante.
Ripetta torna spesso nei tuoi ricordi. Che cosa ha rappresentato per te?
Ripetta ha rappresentato per me un sogno alla Baudelaire e una sfida col mondo ordinario sul filo spinato di uno spirito bukowskiano. Uno schizzo sul muro di Pollock e quell’adrenalina di libertà che esisteva solo un tempo. Purtroppo con Ripetta inizia anche il mio sperimentare sostanze psicotrope, anche le più pericolose, ma il contorno, vissuto come un film continuo, mi portò a immortalare quelle emozioni che divennero in seguito il collante delle mie poesie con la mia forma più pura di esistenza.
Chi ti ha aiutata, sostenuta e a chi senti di dire grazie?
L’unico grazie più grande della mia vita lo devo a mia madre. La più grande guerriera che abbia mai conosciuto in quarantaquattro anni. Mamma ha combattuto con me e per me nelle situazioni più incredibili della mia giovinezza: dalla strada e le sostanze, al coma, alla comunità, ai ricoveri, nelle mie fasi depressive e maniacali di lunghi periodi, fino all’arrivo di mia figlia il 22 dicembre 2011, quando già mi ero lasciata col padre. Mamma è tuttora una super nonna a tempo pieno.
Tuo padre era gallerista d’arte. Crescere con gli occhi educati alle forme, ai colori, agli spazi silenziosi tra un’opera e l’altra: che cosa rimane di quella eredità nel tuo modo di guardare e di scrivere?
Sì, mio padre mi ha insegnato molto sia per via dell’arte — principalmente la poesia, per me — sia perché quando avevo vent’anni mi portava spesso in giro con lui nel centro storico di Roma per eventi, mostre e vernissage, dove era sempre invitato. Così anche da ragazza ho continuato a frequentare artisti di ogni campo, intellettuali, ma anche persone sempre di cultura ai margini della società per scelta. Iniziai a dipingere a tre anni con un cavalletto piccolino, ascoltando musica classica. Adoro la bellezza. Sono più astratta che mai, anche nel dipingere, ma scrivo d’immagini e scrivo anche di getto. Mio padre ha rafforzato in me, indubbiamente, la metafora fusa con cotanta bellezza della pittura. Gli stimoli sono fondamentali per la propria crescita personale.
Un ricordo della tua vita che ti conforta e quello che ti fa esclamare “sono brava!”? Un momento rappresentativo della tua vita?
Il momento più rappresentativo della mia vita è stato quando, al Cristo Re di Roma, alle ore 19, ho partorito mia figlia Talia Massimi dopo dodici ore di travaglio. Dopo l’espulsione esclamai: “La mia vita inizia adesso”. Sì, perché ho molte esperienze nella mia vita, ho vissuto profondamente anche rischiando la morte più volte. Ho anticipato alcuni eventi in Up e oltrepassato alcuni traguardi. Ma l’emozione più grande della mia vita rimane solo mia figlia.

Il tuo primo libro si intitola La Pasqua di Nike. Che cosa significava per te quel titolo?
La Pasqua di Nike è dedicato proprio alla mia amica artista Nike Brass Alghisio, che per giunta fu il mio primo amore platonico, essendo io bisessuale. Terminai di scrivere il libro a Pasqua, a casa sua, dove vivevo in quel periodo.
Poi arriva Callas. Perché Maria Callas?
Callas nasce da notti insonni e deliranti, dove per stabilizzarmi e trovare pace e benessere psichico mettevo alla radio i CD di Maria Callas. Effettivamente con Callas sono tutt’altro stile di poesie. Ogni tot anni cambio stile, essendo una continua metamorfosi anche esteticamente.

Nella tua scrittura c’è spesso il tema della caduta. Ma non sembra mai una resa: è così?
Esattamente, perché sono caduta negli abissi diverse volte nella mia vita, ma sono sempre risalita più luminosa di prima. Ho vinto battaglie molto difficili.
Hai scelto di parlare apertamente del disturbo bipolare. È stato difficile?
Per combattere lo stigma è necessario esternare, consapevolmente predisposti alla conoscenza della tematica. È necessario aprirsi senza tabù, perché ciò che si nasconde non si cura e ciò che non si cura rimane una selva oscura dell’anima. Ebbene sì, sono bipolare di tipo 1, doppia anche sessualmente… insomma una persona da evitare. Gioco!
Nel tuo racconto torna una frase molto forte: non guarire, ma convivere. Che cosa significa per te?
Col disturbo si convive fino alla fine, perché è appurato il fatto che dal disturbo non si può guarire del tutto. Anche se il termine “compensata”, ossia stabilizzata, oppure stare in “eutimia”, può accadere di essere vissuto tra noi persone affette dal disturbo bipolare. Certamente è più difficile che ciò possa accadere, ma io ne sono una prova provata visto che sono ormai compensata da qualche anno.
Che ruolo ha avuto tua figlia Talia in questo percorso? E come convivi tu con i tuoi tanti ruoli?
Talia è una ragazzina di quattordici anni molto sensibile e intelligente, che sarebbe il sinonimo per eccellenza. Siamo tre femmine in famiglia… anzi quattro: io, lei, mia madre e il cane. Il mio ruolo da madre ma anche da padre è stato ed è indubbiamente tosto, ma davvero molto soddisfacente.
E Lamù? Nei tuoi testi anche il cane diventa una presenza affettivamente importante?
Lamù è una cagnetta dolcissima, è il grande amore di Talia, la sua sorellina pelosetta, dice lei. Come non amare i nostri membri della famiglia a quattro zampe?
Dal 2002 lavori alla CGIL Nazionale. Come convive questa dimensione quotidiana con la tua identità poetica?
Sì, la mia sede è la mia seconda casa, un’altra famiglia. Già la zona lì al centro è respirare bellezza. Con la poesia non ho mai avuto problemi a dividermi tra casa e ufficio. Credo che se un poeta è un poeta lo è indiscutibilmente ovunque e comunque.
Ti senti più Gea o più Minerva?
Questa è una delle domande più difficili, Luca. Diciamo che mi sento più Gea, sono sempre stata chiamata Gea, anche se dottori, professori o altre persone a volte mi chiamano Minerva. Sono coerente però come Minerva, perché l’animo guerriero l’ho sempre avuto.
Che cosa accomuna, se c’è un filo comune, i tuoi lavori letterari?
Perdersi, osare, sperimentare, cambiare, per poi ritrovarsi sempre dove la base rimane la famiglia, l’amore.
Nei tuoi testi parli anche di amore e identità senza nasconderti. Che valore ha oggi questa libertà?
Sì, ho partecipato anche come attrice allo spot del Roma Pride 2026 ad aprile. Sono fiera di essere una mente libera, credo che una mente pensante non possa che appartenere anche a livelli evidenti di libertà. La mia compagna Lidia, che è più grande di me, è anche intellettualmente molto valida, essendo per giunta un’artista, e credo che l’amore più grande vada condito con una buona base d’intelletto. L’amore per me è lì dove ci si riconosce.
Che cos’è per te la poesia, e che cosa la prosa?
Io scrivo poesie — a parte questo racconto che ho terminato da poco e chissà se mai pubblicherò. La poesia per me è magia. Non potrei aggiungere altre parole.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Vivo l’attimo e del domani non v’è certezza.