In scena al Teatro Vascello fino al 22 febbraio, Poveri Cristi. In questo spettacolo, Ascanio Celestini, accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, ci porta in un viaggio nell’umanità degli “ultimi”, quelli che la società tende a ignorare o dimenticare. Il racconto si sviluppa attraverso le voci di chi vive ai margini, dai facchini eritrei ai becchini di Lampedusa, fino alle storie di disperazione e resistenza di chi ogni giorno riesce a compiere il miracolo di restare al mondo.

Il suo linguaggio non è mai aulico o distante. Celestini racconta con la lingua di chi vive realmente queste esperienze, usando le parole di chi non ha voce, di chi non può permettersi il lusso di essere ascoltato. È un linguaggio che scaccia ogni retorica, che parla la lingua di chi, come dice Celestini, “non era poeta, ma un bravo elettricista”.
Celestini parla nella prima parte di questo spettacolo dell’Atesia come esempio di un sistema che sfrutta e non riconosce il valore umano, trattando le persone come numeri, come ingranaggi usa e getta. L’Atesia, che ora non esiste più, è un microcosmo che rappresenta una parte della società dimenticata, invisibile. È la realtà di quei lavoratori del call center, persone che vivevano sotto la costante minaccia della disoccupazione, con contratti di collaborazione con partita IVA rinnovati o disdetti a sorpresa ogni 3 settimane, senza diritti, senza garanzie, senza futuro, senza conoscere i propri diritti sindacali. In quest’ottica, l’Atesia diventa simbolo di una società che ha smarrito la sua umanità, e i “poveri cristi” che Celestini racconta sono i protagonisti di una lotta quotidiana per la sopravvivenza, in un mondo che sembra averli dimenticati.

La tecnica di interazione tra musica e parole, il “jazz dell’interplay” tra il narratore e Casadei, rende lo spettacolo vivo e sempre diverso a ogni replica. Ogni sera, l’improvvisazione e l’ascolto si intrecciano, creando un’esperienza unica che non è mai la stessa.

Celestini mira a comunicare con sincerità, entrando in sintonia con lo spettatore comune e parlando con un linguaggio diretto e autentico, lontano dagli orpelli di una certa intellighenzia culturale, dando voce alle storie reali della vita quotidiana.
Il suo lavoro non è solo teatrale, ma sociale e politico. Raccontare le storie di queste persone non è solo un atto artistico, ma un atto di resistenza. Come dice Celestini, “la storia la scrivono chi la sa raccontare”, e questo spettacolo si pone come un’alternativa alle narrazioni ufficiali.
Con la forza della parola e la dolcezza della musica, questo spettacolo è un atto di amore e un appello a non dimenticare mai i più deboli. Un’opera che merita di essere vissuta, ascoltata e ricordata. “Free Palestine!”: così, con un “bis brevissimo”, si conclude lo spettacolo.