Un’intervista “banale” ad un uomo eccezionale

Ringraziamo prima di tutto il Dottor Donato Capece per aver risposto in modo ricco ed esauriente alle nostre domande e con grande generosità ci ha regalato parte del suo prezioso tempo.

D) Dott. Capece lei ha un’esperienza pluridecennale in campo, ha ricoperto e ricopre cariche ed incarichi di prestigio e di responsabilità ma il Governo o il Ministro di Giustizia ha mai ascoltato lei o i suoi colleghi, sempre in prima linea, nel legiferare o prendere provvedimenti?

R) Se parliamo dell’ultimo ministro, non siamo riusciti ad avere un’interlocuzione valida. Stamattina ho parlato con il sottosegretario di quelle che sono le esigenze di ammodernamento del sistema penitenziario ma ho trovato un muro: ricevono, condividono…ma non attuano nessun provvedimento di riforma tecnologica per quello che riguarda la sicurezza delle carceri. Con gli altri ministri siamo riusciti ad incidere parecchio, perché abbiamo trasformato il corpo degli agenti di custodia in polizia penitenziaria. Oggi possiamo dire di essere una polizia moderna anche se molto si potrebbe ancora fare! Stamattina ho chiesto al sottosegretario, proprio per attuare ciò:

1) più tecnologia per la sicurezza degli istituti, con l’istituzione di una centrale nazionale operativa tecnologica per coordinare tutte le sale regia che ci sono nelle carceri,

2) adeguamento degli organici di polizia penitenziaria negli istituti per far fronte alle esigenze attuali di sicurezza

3) abolizione o modifica sostanziale della vigilanza dinamica o celle aperte con il supporto di apparecchi tecnologici in dotazione al personale di servizio delle carceri. Mi riferisco agli ispettori, coordinatori di unità operative per far sì che quando appare sul tablet il bollino rosso, c’è in atto un evento critico ed ecco che il coordinatore dell’unità interessata apre il quadro e manda subito l’intervento.

4) potenziare la polizia penitenziaria col teaser e con tutti gli strumenti indispensabili per l’incolumità fisica degli agenti della stessa.

Tutto questo può trovare spazio nel provvedimento “Rilancio Italia”, dove ci possono essere risorse sufficienti non solo per aumentare lo straordinario ma per dare certezze sui diritti soggettivi e per attuare una riforma del mondo penitenziario e della polizia penitenziaria con più formazione, più tecnologia e più sicurezza.

D) Il Ministero di Giustizia collabora con vari altri ministeri, quali salute, pubblica istruzione ecc. se un detenuto a cui si è rotto un braccio o ha un dente gonfio non viene soccorso repentinamente di chi è la colpa?

R) La colpa è della Asl. Prima avevamo la medicina penitenziaria che era un ottimo servizio incastonato nella stessa, con i nostri medici e i nostri esperti, invece ora è passato tutto alla Asl. Essa manda i medici a fare le guardie notturne in carcere e cosi avviene che ad ogni mal di pancia di un detenuto, non conoscendo le recite che essi fanno, li manda subito al pronto soccorso o all’ospedale. Quindi, uomini, mezzi e sicurezza impiegati inutilmente perché molto spesso i detenuti vengono rimandati subito indietro, perché non hanno niente. Ciò, come si può ben capire, è un aggravio di spesa, oltre che una disorganizzazione, che ricade sempre sulla gravosità dei carichi di lavoro della Polizia Penitenziaria.

D) Mi consenta una domanda sul quotidiano, come mai è vietato portare le lamette da barba ai detenuti da parte dei famigliari se poi vengono vendute a caro prezzo negli spacci carcerari?

R) I prezzi sono controllati dalla Camera di Commercio e non possono essere fuori dall’appalto che i vari esercenti fanno della gara intesa dall’Amministrazione Penitenziaria.

D) C’è in Italia un penitenziario o un direttore carcerario che lei additerebbe come esempio da seguire?

R) Dal punto di vista trattamentale citerei Milano Bollate, dove su 1100 detenuti 850 lavorano. Lei sa che chi lavora è autosufficiente e quindi è motivato a intraprendere un percorso di reinserimento; per quanto riguarda la sicurezza ci sono istituti un po’ più moderni, c’è quello di Arghillà in Calabria, dove tutto è tecnologico a cominciare dalla scheda che il detenuto ha in dotazione con la quale può acquistare l’acqua minerale o una scheda per l’energia elettrica; sempre ad Arghillà ci sono le cucine  e le pentole ad induzione (e non le bombolette di gas). La scheda può esser utilizzata, anche, per le telefonate su telefoni a pagamento che sono controllati poi dalla polizia penitenziaria. 

D) Tutta la sua carriera è un esempio d’impegno, lavoro costante a tempo pieno. Cosa rifarebbe anche se gli è costato tanto e cosa non rifarebbe perché gli è costato troppo?

R) Ho iniziato il mio lavoro nel 1969 da allievo agente di Custodia presso la Scuola di Formazione chiudendo il Corso come primo in graduatoria, ho scelto di rimanervi sia per dedicarmi in maniera più attiva sia per seguire la formazione dei nuovi agenti. Negli anni ‘70 arrivavano ragazzi arruolati solo con la licenza elementare, con tutti i problemi derivanti dal calo di cultura, io insegnavo in quegli anni cultura generale che era comprensiva d’Italiano, Storia, Geografia ed Educazione Fisica, ho continuato, nel 1975 col fare il concorso da Vicebrigadiere, poi negli anni ‘80 quello da Maresciallo. Con la Riforma sono transitato nella qualifica di Ispettore Superiore e poi ho scelto, considerato che facevo parte del Cocer (Consiglio Centrale di rappresentanza degli agenti di custodia) di abbracciare la fede sindacale, un sindacato equidistante da tutti i partiti e da tutti i colori politici, ho fondato il Sindacato Autonomo Di Polizia Penitenziaria. Ho partecipato attivamente con il Ministro Diliberto alla scritturazione di un provvedimento per l’istituzione del ruolo direttivo del corpo, cioè dei Commissari, ho partecipato al concorso sono arrivato primo e ho lasciato il posto da Commissario coordinatore praticamente da vice questore, ho lasciato la polizia penitenziaria per raggiunti limiti di età, comunque ho fatto servizio come più alto in grado del corpo della Polizia Penitenziaria. Sono fiero e soddisfatto e rifarei tutto senza rimpianti.

D) In cosa è laureato?

Sono laureato in lettere e in giurisprudenza in più ho tre master, li ho qui, dietro le mie spalle…. poi ho 3 corsi post universitari, master presso l’Università degli Studi di Cassino, poi ho fatto un master di secondo livello in scienze criminologiche presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma e poi ho, tutto appeso alle mie spalle… ora glieli leggo, economia e gestione dell’impresa, master in secondo livello in Studi Penitenziari, poi ho un corso ma è troppo in alto per vederlo.  Sono anche stato nominato Commendatore della Repubblica Italiana a firma Mattarella e Renzi, oltre che essere Cavaliere e poi ufficiale, ho ricevuto l’ultimo grado dei titoli onorifici, cioè, quello di Commendatore.

D) Le criticità delle amministrazioni carcerarie sono note e a volte esplodono, ma secondo lei le urgenze più serie quali sono?

R) Il carcere non può essere un contenitore dove si va a mettere tutto quello che la società non vuole vedere sul territorio! Deve essere rivisto con una riforma culturale, dobbiamo ridisegnarlo in modo che diventi di nuovo un deterrente, un carcere invisibile sul territorio dove collocare i diecimila detenuti che hanno una pena detentiva di un anno. Un tempo breve da scontare, prima in una struttura e poi sul territorio in modo da reinserirli con misure alternative; per esempio attraverso braccialetti elettronici, attraverso misure come il Daspo, con l’aggiunta di un’aliquotadi 7-8000 agenti preparati per controllare i detenuti sul territorio, detenuti d’altro canto, che hanno commesso reati che non creano problemi sociali. Un carcere serio che passa attraverso il trattamento e il reinserimento deve avere anche un’altra funzione deve comprendere  30.000 agenti per controllare 30-35.000 detenuti nelle carceri che sono soprattutto recidivi, se il loro modus operandi è entrare e uscire dal carcere, non possono avere atri spiragli di recupero, anche se l’Amministrazione deve tendere al reinserimento sociale come dice l’articolo 27 della Costituzione, a loro bisogna riservare un carcere diverso, un carcere più efficace.

D) Per i malati Psichiatrici?

Marino ha voluto fare una riforma per chiudere gli Opg, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ha commesso un grandissimo errore, anziché creare dei Rems dove collocare tutti coloro che sono psichiatrici ora li abbiamo nel carcere e così i malati psichiatrici mettono a soqquadro il carcere, perché come sappiamo il malato di mente ha bisogno di spazi, il carcere invece ha spazi molto ridotti. Essi, purtroppo, creano problemi a loro e agli stessi detenuti. Noi vogliamo che gli psichiatrici non debbano rimanere in carcere.

D) E per i numerosi stranieri?

R) Noi abbiamo anche detto, fra l’altro, che tutti i detenuti stranieri che hanno una pena detentiva da scontare in carcere devono essere espulsi dal paese ed andare a scontare la pena nel proprio luogo di origine, dando un contributo allo Stato dove sono nati e o vivevano per ricevere indietro gli espulsi e far loro scontare la pena. Non è possibile che noi in carcere dobbiamo tenere detenuti che non sono italiani, abbiamo per esempio degli extracomunitari, abbiamo dei comunitari, tanti detenuti che sono albanesi, polacchi, rumeni…ecc.… e deve essere l’Unione Europea a prendersene carico e non il nostro Paese.

D) E i tossicodipendenti?

E già, poi in ultima analisi ci sono i tossicodipendenti! Il carcere per queste persone non serve, devono essere restituiti alle comunità terapeutiche, e attraverso queste e attraverso il lavoro devono essere recuperati e reinseriti, non possono essere recuperati in un carcere contenitore dove c’è dentro di tutto e di più.

D) Qual è secondo lei è il carcere che presenta la situazione migliore e quale la peggiore?

R) La peggiore sotto alcuni punti di vista, anche per quanto riguarda la stessa promiscuità e pericolosità, è il carcere di Poggioreale che ancora oggi presenta 2320 detenuti e 800 agenti di servizio. Il carcere “migliore”, la terminologia migliore dobbiamo vedere cosa intende perché il carcere è sempre una struttura che priva della libertà la persona, però da un punto di vista strutturale c’è qualche Istituto che potrebbe rendere l’idea di un carcere meno restrittivo, come Palermo Pagliarelli, Napoli  Secondigliano e altri Istituti che seppur sovraffollati sono carceri di nuova concezione,  c’è anche qualche possibilità in più per i detenuti di trovare lavoro e partecipare a corsi di preparazione per essere recuperati e  poter poi essere immessi nella società quando saranno in libertà.

D) Si parla tanto di vigilanza dinamica, cos’è e che cosa ha causato nelle carceri italiane?

R) Questa è la più scellerata scelta che ha fatto questa Amministrazione, anche questo ho detto stamattina al Sottosegretario. In Europa non è vero che hanno scelto la vigilanza dinamica, in Europa hanno adottato la sicurezza dinamica che significa tecnologia e sicurezza, da noi hanno fatto una scelta, come sempre, sbagliata: solo la sicurezza, cioè solo vigilanza all’entrata, come se tutti i detenuti fossero a custodia attenuata e non fossero pericolosi; da qui nascono le aggressioni, le scintille, le risse che  avvengono  in carcere e che noi cerchiamo in tutte le maniere di poter contenere, intervenendo per ripristinare l’ordine; per questo abbiamo chiesto di dotarci di strumenti non letali, quali teaser o qualche altra cosa in maniera che possiamo e dobbiamo intervenire per ripristinare l’ordine pubblico all’interno degli istituti.

D) Alla Casa di Reclusione di Rebibbia c’è stata una clamorosa evasione a cosa pensa sia dovuta? A quale motivo lei l’addebita?

  1. Alla vigilanza dinamica.
  2. Alle carenze di organico della casa circondariale di Rebibbia, ha 50 unità in meno rispetto all’organico stabilito nel 2017.

Dobbiamo capire il concetto, perché vigilanza dinamica significa non più presenza della polizia penitenziaria nell’ambito della sezione detentiva, è come se fossero in autogestione, il poliziotto va a fare il controllo di tanto in tanto, e quindi il detenuto è libero di poter fare in maniera di riuscire a segare le sbarre e a progettare la propria evasione, perché tutti i detenuti, a prescindere, cercano sempre di evadere. Quando togli la vigilanza statica, che prevede la polizia penitenziaria fissa nella sezione detentiva si aprono i varchi e si consente a questi soggetti di poter tentare di scappare.

D) La sua energia non si fermerà, che cosa sta preparando per il futuro?

R) Io ho la forza e ho soprattutto la fede per poter fare in modo che si cambi il lavoro e che la polizia penitenziaria  diventi, soprattutto, una polizia moderna che sia all’avanguardia; ecco perché sentiamo anche di spingere l’Amministrazione su un percorso di formazione moderno, anziché stare ad insegnare agli allievi per esempio la psicologia delinquenziale o altro, dobbiamo cercare di formare, innanzitutto, un poliziotto del futuro che sia per esempio conoscitore delle lingue straniere che sono alla base, visto che il 40% dei detenuti sono stranieri e che sia preparato, per esempio, a studiare e osservare il Jihadismo in carcere. I probabili Jiadisti sono, potenzialmente, i più pericolosi perché poi restituiti al territorio sono i probabili terroristi di domani: Ecco, per fare questo, dobbiamo cambiare formazione del personale e riservare una parte  dei posti di assunzione della polizia penitenziaria ai figli di immigrati di prima generazione, coloro che conoscono i propri paesi e che possono essere utili per la prevenzione insieme a noi della polizia penitenziaria italiana, perché sono questi ragazzi che hanno la cultura del proprio paese ma alla fine sono italiani come tutti noi altri che lo siamo dalla nascita.

Dott. Capece lei è un mito! Grazie per questa interessante intervista.

       Roma, 08 giugno 2020

Dott. Luca Cupido Magrini

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