Ascolto della Sonata op. 111 di Beethoven

L’ultima sonata per pianoforte di Beethoven ci appare di una modernità sconcertante e di una bellezza struggente. In soli due movimenti, ma di una durata di circa 26-27 minuti, sviluppa, all’ascolto, una serie di emozioni che qui cercheremo di esplicitare.
Il “Maestoso” iniziale, accordo di settima diminuita e passaggio di trilli solenni, introduce, con ‘timore e tremore’, un nuovo tema “del destino”, paragonabile alla famosa successione delle quattro note (mi mimi sol) che aprono la Quinta sinfonia. In più, questo tema evoca le immagini dei primi film muti del genere horror (per esempio, Nosferatu di Murnau), che potevano benissimo godere di questo accompagnamento. Il primo tema poi si sviluppa in una fuga, dove il ritmo più veloce della mano destra, viene come inseguito e sottolineato dagli accordi di basso della mano sinistra, con distanze abissali tra i suoni acuti e quelli gravi(2). Il secondo tema, più dolce e pacato, ha però poco spazio nella struttura dell’ “Allegro con brio e appassionato”, infatti, dopo pochi arpeggi veloci si ritorna al tema “del destino”, che riprende a svilupparsi nel suo ritmo “binario”, veloce nella mano destra, lento nella mano sinistra, allargando sempre più la distanza tra le due mani, quasi fino ai limiti dello strumento, mentre passaggi fugati rendono il ritmo sempre più stringente, fino a che, alcuni lenti tremoli, chiudono il movimento in pianissimo.
Nel secondo movimento il tema dell’Arietta viene presentato in “Adagio molto semplice e cantabile”, una melodia dove le singole note risuonano limpide e staccate. Da queste minime cellule germinative, nelle tre variazioni successive, sembra di assistere alla nascita e crescita di un organismo vitale. Nella prima variazione il canto prende vita; nella seconda il ritmo comincia lentamente ad accelerare, in sussulti e ripensamenti; finché nella terza variazione, in un ritmo forsennato, già un’anticipazione di moduli jazzistici(3), dove il pianoforte sembra diventare uno strumento percussivo, il nuovo organismo musicale esprime tutta la sua vitalità: il pianoforte si estende ai limiti della sua gamma sonora; la forma sonata d’impianto non riesce più a contenere la massima creatività dell’autore, sembra disgregarsi e preparare la musica del futuro. Al termine di questa cavalcata parossistica, di colpo si torna al cantabile, con note soffuse, unità di tempo sempre più piccole, “non c’è nessuna cesura, ma la musica muta con un graduale liquefarsi del materiale in un sussurro, in cui gli accordi in controtempo sembrano sospiri”(4).Quindi una breve scala ci porta alla quarta variazione, dove veniamo catturati da note isolate, quasi sussurrate, come piccole luci stellari che irradiano la loro fioca luce nell’immensa oscurità della notte. A tale sussurro segue, nella quinta variazione, un passaggio melodioso, come un’onda che ci cattura, prima dei trilli, che arpeggiano in un’atmosfera di sogno. Ancora questa vaghezza spirituale e cosmica permane nella sesta variazione. Ancora la forza degli accordi e dei trilli resistono al buio; finché, dopo il sussulto di un paio di scale, i flutti del silenzio ricoprono tutto: “i lunghi trilli finali devono essere intesi espressamente come motivi, e quando infine si può cogliere un frammento dell’inizio del tema si è compiuto una sorta di giro dell’universo”.(5) Sono momenti, sono piccoli contrasti sonori: gli ultimi trilli risuonano potenti, ma infine, dopo pochi tocchi, dopo brevi note in calare, il silenzio prevale.E qui siamo alle Colonne d’Ercole della musica tonale(6): oltre non ci possono essere che nuovi mondi: la nuova armonia di Schönberg; il pianoforte “trattato” di John Cage; l’estenuante ripetitività di Philip Glass.
Angelo Ariemma

(1) Naturalmente sterminata è la discografia: ogni grande interprete ha voluto cimentarsi con la sfida delle ultime sonate di Beethoven; qui se ne può avere un’idea:
http://rateyourmusic.com/work/piano_sonata_no__32_in_c_minor/
(2)Beethoven ha rivoluzionato anche la struttura del pianoforte pretendendo la costruzione di strumenti più ampi rispetto a quelli allora in uso.
(3) Va ricordato anche che Beethoven è stato uno dei primi “ricercatori” di temi e melodie del folklore europeo.
(4) AndrasSchiff, Le sonate per pianoforte di Beethoven e il loro significato. Conversazioni con Martin Meyer, Milano, Il Saggiatore, 2012, p. 143.
(5) Ibidem.
(6) In effetti, la musica romantica ha bypassato l’ultimo Beethoven, richiamandosi soprattutto al Beethoven “eroico”.

 

di Angelo Ariemma

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